LA RECENSIONE DI CONVOY – TRINCEA D’ASFALTO (1978)

immagine che rappresenta il film Convoy trincea d'asfalto

Oggi ho visto Convoy – Trincea d’asfalto, un vecchio road movie del 1978 diretto da Sam Peckinpah , e questa è la mia recensione.

LA TRAMA

Il camionista Martin Penwald (Kris Kristofferson), detto anatra di gomma, viene superato dalla Jaguar della bella fotografa Melissa e cercando di starle dietro viene fermato dalla polizia. Riesce a liberarsi dicendo che la ragazza viaggia senza mutandine. Proseguendo il viaggio

Anatra ritrova Spider Mike e Casino Ambulante, vecchi colleghi, e proseguono insieme formando un piccolo convoglio. Poco dopo, per mezzo di uno sporco trucchetto, lo sceriffo Wallace (Ernest Borgnine), detto papa’ orso, li ferma e chiede 70 dollari a testa per evitargli la multa e il conseguente aumento dell’assicurazione. Poi i tre sostano in un diner, lo stesso in cui si trovano anche Melissa e il capo degli orsi. Qui scoppia una rissa tra i rappresentanti della legge e gli autisti, questi ultimi vincono, quindi decidono di fuggire in Messico, si portano dietro la ragazza e non si fermano davanti a nulla. Questo convoglio raccoglie un interesse sempre maggiore, sia dalla parte della stampa e dell’ordine pubblico, che dalla parte degli altri conducenti: sempre più di loro si uniscono a quel corteo, tutti per un motivo differente, raggiungendo dimensioni talmente importanti da ottenere l’attenzione dell’opinione pubblica e l’interesse del governatore locale, preoccupato delle imminenti elezioni. Nello scontro finale il mezzo di anatra va distrutto e lui è dato per morto. Il suo funerale è un vero e proprio evento a cui partecipano migliaia di persone, tra cui il governatore e lo sceriffo Wallace che, quando lo vede vivo e vegeto in uno dei veicoli che sfilano in sua memoria, scoppia in una fragorosa risata.

LA RECENSIONE

UN NON WESTERN INCOMPRESO

Subito dopo aver visto il film sono andato a leggermi le varie critiche e recensioni presenti online: la maggior parte non sono molto positive, considerano la produzione banale, i personaggi poco convincenti e in generale il tutto non all’altezza dei western che hanno fatto la fortuna del regista. Personalmente non sono amante del genere western e non conosco gli altri lavori di Peckinpah, perciò valuterò questo film solo in base alle mie impressioni, senza tener conto del suo contesto produttivo.

Innanzitutto devo dire che, pur non amando il genere, cavalli che corrono e pistole che sparano è una delle prime immagini che mi ha suscitato Convoy: la lotta con lo sceriffo, l’inseguimento attraverso il deserto, la fuga verso la frontiera, la carovana, sono tutti elementi tipici.

UN FILM DI CAMION ANARCHICO

Al di là questo ora passiamo a ciò che ci interessa veramente. Il primo tema a spiccare è la critica al potere, corrotto, disonesto ed egoista a tutti i suoi livelli: dal più basso, quello del poliziotto incapace pronto ad abbandonare il suo dovere in nome della f**a (anche se devo dire che in fondo in fondo lo capisco), a quello appena superiore dello sceriffo, pronto a farsi corrompere e a compiere un arresto per puro divertimento, fino al più alto, quello del governatore, a cui non importa nulla del pericolo che rappresenta per gli altri automobilisti un convoglio infinito di autotreni che corrono verso il Messico a tutta velocità, ma a cui importa solo il consenso e la vittoria alle prossime elezioni.
Al contempo quest’opera riesce ad essere anche una critica alle stesse ribellioni al potere, in particolare a quelle organizzate, in cui tutti lottano con passione per lo stesso obiettivo, sconfiggono la tirannia e le ingiustizie vigenti, distruggono tutto, buono o cattivo che sia, e instaurano un nuovo regime di potere, spesso più immorale e corrotto di quello di prima. Questo meccanismo ce lo insegna perfettamente George Orwell, nella “Fattoria degli Animali”, oppure la storia dell’umanità, nella rivoluzione francese, nella rivoluzione russa e in gran parte delle altre rivoluzioni. Il convoglio di camion, infatti, non corre incessantemente per rivolta a qualcosa in particolare, ma corre per migliaia di motivi diversi: la fuga verso il Messico, la protesta ai limiti di velocità, religione; ogni mezzo porta con sé la ragione personale del suo conducente ed è impossibile trovare una linea comune. La sequenza emblematica di tutto ciò si ha nel momento in cui Wallace afferma: “Io rappresento la legge, vuoi renderti conto che io rappresento l’ordine!!!” volendo quindi giustificare tutte le sue azioni con i valori che la divisa simboleggia, nonostante il fatto che molte di queste azioni siano contrarie a tali valori. Martin Penwalt risponde: “E io ti piscio addosso, addosso alla tua legge e al tuo ordine”, sfociando quindi nell’anarchia, che qui appare come l’ultima e l’unica speranza per la libertà e la giustizia.

CONCLUSIONE

In conclusione ritengo che questo film non sia per nulla banale, ma forse è diverso da ciò che il regista ha sempre fatto, quindi non è stato capito, o è stato sottovalutato dagli appassionati, oppure è stato sopravvalutato da me. Inoltre pare che in fase di montaggio ci siano stati molti cambiamenti, pertanto sarebbe interessante vedere com’era la concezione originale di Peckinpah.

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