LO SQUALO (1975) – UN ALTRO CAPOLAVORO DI SPIELBERG

immagine che rappresenta il film lo squalo di Steven Spielberg

Questa è la recensione de Lo squalo (Jaws), un film drammatico del 1975 diretto da Steven Spielberg e tratto dall’omonimo romanzo di Peter Benchley.

LA TRAMA

Il tutto ha inizio in una spiaggia del New England, dove Chrissie, intenta a farsi una bella scopata un casto bagno insieme al suo ubriaco ragazzo, viene divorata da uno squalo. Lo sceriffo Brody chiama in aiuto Hooper,un giovane biologo marino, il quale conferma che i resti di Chrissie sono quelli di una vittima divorata da un grosso e feroce carcarodonte. Dopo un altro giovanotto morto, la cattura di un pescetto che non c’entra nulla e l’ostracismo del sindaco preoccupato per i soldi del turismo balneare, Brody, il biologo Hooper e il vecchio lupo di mare Quint, ex Corazzata Indianapolis (su cui hanno fatto pure un film), se ne vanno a caccia di quello che si rivela un vero mostro, capace di lasciare incredulo (e mangiato) un uomo vissuto ed esperto come Quint e di affondare un peschereccio di medie dimensioni. Alla fine Brody riesce a far letteralmente esplodere la bestia e salvarsi insieme al ragazzo.

IL SUCCESSO

finanziariamente è un trionfo: con un investimento di circa 9 milioni di dollari, gli incassi sono di quasi 471 milioni di dollari (che oggi sarebbero più del triplo), pur essendo il primo film economicamente “pesante” ad uscire d’estate; fino ad allora, infatti, in quel periodo dell’anno escono solo b-movie e produzioni a basso costo, in quanto sono tutti in vacanza. Vince tre Oscar e ha una fortissima influenza sull’America degli anni: causa una generale ossessione psicotica per gli squali, porta a una considerevole riduzione del turismo balneare (tranne che per Martha’s Vineyard che guadagna come non mai), all’uccisione erronea di delfini e alla moda di improvvisarsi dei Quint e andare a caccia di pesci feroci (sti americani…). Le difficoltà che il giovane Spielberg deve affrontare per realizzare questo lavoro sono talmente tante che, unite alla pressione del budget che continua a lievitare, lo lasciano traumatizzato per anni: ““Ho dovuto lavorare sulla mia mente, perché ero traumatizzato” afferma “Mi sedevo su quella barca da solo per ore e tremavo. Le mie mani tremavano”.

LA RECENSIONE

CIO’ CHE MI PIACE (TUTTO):

I DIFETTI SPECIALI

Le più grosse avversità sono causate dai tre squali meccanici di nome Bruce: pesanti, impossibilitati a fare grossi movimenti, impegnativi da mantenere – tanto che pare debbano essere ridipinti ogni giorno – e spesso non funzionanti; uno finisce addirittura sul fondo dell’oceano. Questo, oltre a spiegare il perchè Spielberg soprannomini Bruce “sonofabitchin bastard” (fonte:https://www.today.com/popculture/what-did-jaws-crew-name-mechanical-shark-wbna37785216), è il motivo per cui vediamo l’amico pesce cane ben poche volte, il che dà al regista l’opportunità di dimostrarci la sua maestria nell’applicare la legge “less is more” e trasformare il problema in un vantaggio: la scena in cui la telecamera si avvicina velocemente a Chrissie accompagnata dal contrabbasso dell’eccellente tema sonoro di Larry Williams – sesto nella classifica delle colonne sonore più belle di sempre – lei tutta nuda e spensierata viene improvvisamente tirata verso il basso, comincia a dimenarsi come un’indemoniata e viene divorata, lascia molto all’immaginazione, ma è di una tensione impossibile da raggiungere con gli effetti speciali, ma solo con i difetti speciali, oltre a qualche trucchetto come tirare all’improvviso la caviglia dell’attrice senza dirglielo.

Questo è il vero motivo per cui su BV ci sono più b-movie realizzati con poco budget e tanta buona volontà, che filmoni in 8d con effetti stroboscopici e zero fantasia. Anche se questo non è per niente di serie b.

IL RACCONTO DI QUINT

Bello anche il salto emotivo dalle risate da allegra camerata, ad uno dei racconti più agghiaccianti degli anni settanta, specie per l’immagine della paura che Quint prova aspettando il proprio turno ancora in serio pericolo, anche se i soccorsi sono già arrivati; ciò dimostra la capacità della regia di giostrare le nostre emozioni come un fa un burattinaio con i suoi pupazzi.

IL LATO PSICOLOGICO

E’ chiaro che al regista sta molto a cuore la rappresentazione del nostro animale interiore e dei suoi istinti: nell’ipocrisia della società civile e benpensante essi vengono continuamente repressi per lasciar posto alla propria maschera di status symbol e buone maniere. L’unico modo per far si che l’uomo comune si tolga la maschera ed esca i suoi istinti primordiali, è metterlo davanti alle paure primordiali, quelle che la razionalità della scienza e delle proprie convinzioni non possono capire, come un enorme squalo capace di distruggere una gabbia d’acciaio e un peschereccio, o un’enorme autocisterna capace di affrontare le curve a oltre 80 miglia orarie. In questo frangente un grosso lavoro lo fa il racconto di Quint, che ci presenta gli squali come qualcosa di potente e senz’anima, qualcosa che non abbiamo possibilità di sconfiggere in un confronto diretto, ove ci resterebbe solo il panico.

Come in Duel il civile e quasi sottomesso David Mann deve dare tutto il meglio di sé per salvarsi la vita, in Jaws tocca all’uomo meno esperto e lontano dal comune – che non sa nemmeno fare un nodo da marinaio – tirar fuori il proprio animale interiore e lottare quasi corpo a corpo con un essere molto più potente di lui, in equilibrio sulla barca che affonda. Grazie alla sua voglia di vivere e alla cattiveria primordiale con cui gli scaraventa una bombola subacquea in bocca e gli spara con l’M1 Garand facendolo esplodere in mille pezzetti, sconfigge il mostro e vince… e magari prova pure piacere.

Parlando sempre di istinti innati non si può tralasciare il cameratismo maschile tra tre uomini così lontani nella vita e così vicini in quella barca, che si raccontano vecchie storie di gloria; la gara alla cicatrice migliore è una riconferma dell’attenzione da parte della direzione artistica ai comportamenti del nostro io bambino. E’ una di quelle scene che definisco viscerali: pur guardandola comodamente dal divano con un panino in una mano e una birra nell’altra, ti alza il livello di testosterone e ti fa sentire un vero duro, come se fossero tue le cicatrici e fossi tu quello che ha fissato la bestia dritta negli occhi.

CONCLUSIONI

Alla luce di tutto ciò e del fatto che è il primo film sugli squali vi do un consiglio: vedetelo, vedetelo e rivedetelo, ogni volta sarà come la prima.

 

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