LA RECENSIONE DI FIRST KILL (2017)

Come ormai avrete capito, sono un millennial vecchio dentro, che adora cinema, tv e, se non lo sapevate, pure la musica, pre 2000; oggi invece voglio riallineare i gusti con l’età anagrafica, quindi beccatevi la recensione di un film d’azione, credo, uscito nel 2017 da Netfilx, diretto da Steven C. Miller, con Bruce Willis: First Kill.

La pellicola ha dei pessimi risultati economici, gli incassi a fronte del budget fanno schifo, e viene stroncato dalla critica e, visto che oggi sono conformista e prevedibile, lo stroncherò pure io.

LA TRAMA

Un tizio di nome Will e interpretato da Hayden Christensen, lavora come broker finanziario e ha un figlio, Danny, perseguitato dai bulli. Con l’idea di accrescere la sicurezza di Danny ed aiutarlo ad affrontare i ragazzini pestiferi, il tizio lo porta ad una battuta di caccia (non chiedetemi come ciò dovrebbe aiutare il ragazzino), dove i due assistono ad un tentato omicidio, il cui movente è il bottino di una rapina. Da qui si sviluppa un interessante intreccio che vede la polizia coinvolta in loschi affari, che vanno fino alla morte del padre di Will: il bambino viene rapito e suo papà, come lo spettatore, non sa di chi potersi fidare e, quando tutto è finito, il carattere di Danny ne esce rinfrancato e pronto ad affrontare i coetanei a testa alta e cazzo muso duro.

LA RECENSIONE

IL BELLO: TRAMA, TENSIONE E BRUCE

Fondamentalmente tre cose:
la trama: a parte la stupidaggine della caccia, gli elementi per avere successo ci sono tutti: il bambino insicuro in un’esperienza che lo costringe ad essere coraggioso, la polizia corrotta, un uomo che per salvare la famiglia può contare solo su se stesso e il collegamento di tutta la vicenda con un fatto drammatico del passato;
la tensione: l’impossibilità di sapere chi è buono e chi no è fonte di diversi colpi di scena che, in alcuni tratti, danno alla pellicola una certa capacità di incollarti allo schermo;
Bruce Willis e Gethin Antony: gli unici ad essere entrati nelle viscere del proprio personaggio e a darne un’interpretazione convinta e appassionata.

IL BRUTTO: TUTTO IL RESTO

dalla storia della caccia, alla recitazione poco convincente di diversi attori, uno su tutti Hayden Christensen, al modo in cui degli elementi, che se fossero stati ben preparati e serviti avrebbero potuto rendere l’intreccio davvero interessante, sono invece stati sprecati, buttandoli lì in una maniera che definirei fredda e apatica:
non riesco a vedere Danny con l’affetto che avrei verso un mio potenziale figlio o nipotino, e nel finale, quando ha rinfrancato la propria indole, non mi sento felice perchè potrà andarsene a scuola e far vedere ai bulli chi è diventato; in realtà non ci penso nemmeno. Solitamente quando mi capita di vedere rapito un caro dell’eroe della situazione, tipo la figlia di John Mclane o la Annie Porter di Jack Traven (Speed – 1994) esclamo: “ohh cazzo”, qui invece rimango del tutto indifferente e non provo alcuna empatia nè verso il protagonista nè verso la damigella in pericolo. Ultimo esempio, poi la pianto, è il momento in cui scopro che Howell ha ucciso il padre di Will: idealmente dovrei pensare “che bastardo!”, ma nella realtà rimango impassibile. In sostanza ciò che voglio dire è che tutti gli aspetti sui quali si sarebbe potuto ricamare un action/thriler di spessore, sono stati realizzati alla “compitino”.

Il difetto peggiore di questo film, coomunque, è che MANCANO LE ESPLOSIONI!!!
detta così può sembrare una cazzata, ma in questo caso l’esplosione è sineddoche di ciò che ha reso popolare un tipo d’espressione artistica da me adorata, fatta di personaggi cazzuti e carismatici, battute e frasi epiche alla “Danko! nato stanco!!” e scene tipo questa:

o questa, che non c’entra niente con le esplosioni, ma quando si parla di personaggi cazzuti va messa (per legge):

Vorrei vedere Will sputare sangue (letteralmente) per il suo Danny, vorrei vederlo incazzato come una bestia quando vede la moglie minacciata e tenuta in ostaggio dai cattivi, vorrei che dicesse un sacco di parolacce e vorrei che l’omicidio di quel bastardo di Howell fosse fisico e sentito, quasi passionale. E poi la Range Rover in un modo o nell’altro deve esplodere.

CONCLUSIONE

film girato con poco sentimento, recitato con poco sentimento e che, di conseguenza, trova la stessa freddezza nel pubblico che lo guarda.

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